Comune di Aprigliano - Sito Ufficiale
 

Grazie soprattutto alla intensa attività di ricerca portata avanti dalla locale associazione culturale “Duonnu Pantu” negli anni Novanta, diversi sono gli studi compiuti sul Pantu che hanno contribuito a sciogliere non pochi dubbi e incertezze sulla propria identità e sulle opere svolte.

La Vita

Domenico Piro, meglio noto sotto lo pseudonimo di Duonnu Pantu (e non Donnu Pantu), nacque ad Aprigliano da una nobile famiglia il 14 ottobre del 1660. Il padre si chiamava Ludovico, mentre Giuseppe e Ignazio Donato, nati rispettivamente nel 1669 e 1672, erano figli di un fratello della madre, quindi cugini più giovani di Domenico.

L’abitazione del Piro, sita nella frazione Santo Stefano - Pera, era denominata “casa dei Notari” per la professione esercitata da molti della famiglia. Niente sappiamo della sua vita, all’infuori di qualche notizia da accettare con riserva tramandataci dal Gallucci. Altra notizia certa è l’anno della sua morte avvenuta nel 1696, come risulta dalla epigrafe dettata dal fratello Padre Isidoro Piro, filosofo e sacerdote dell’ordine dei Minimi, lapide custodita nella chiesa di Santo Stefano.

Per quanto riguarda la sua educazione nulla o quasi è arrivato fino a noi. Una parte importante della sua breve esistenza certamente ebbero: il fratello Isidoro “eruditissimus”, come lo definisce il Barrio: i fratelli Donato, cugini del Piro; ed il fraterno amico Carlo Cosentini, col quale Pantu era solito trascorrere molte ore durante l’estate ad ispirarsi sotto l’ombra di un gelsomino bianco, posto nei pressi della casa dell’amico “scrivendo versi e traducendo in dialetto apriglianese la Gerusalemme Liberata”. Carlo Cosentini, inoltre, si recava spesso al mercato di Cosenza “per far tesoro delle vere frasi del nostro dialetto, che industremente ed a fatica raccoglievano dalla bocca delle donnicciole”, come dice il Salfi. Sappiamo con certezza che fu sacerdote. Queste sono le uniche notizie certe attendibili sulla vita del Pantu.

La Lapide

Suspice, viator, et inspice
Mortis morsus, dum vita frueris
D. Domenicus Piro, Ludovici filius
Olim ex cathedra:
Jam sepolcro docet:
braeves dies hominis esse.
septennis (Proh dolor!) vix tactis
lustris
omnigenae scientiae peritia illustrior
lucis usuram amisit
anno dominicae incarnationis
1696
Biscat vivus a mortuo
nam schola vitae mors est.
Isidorus eiusdem frater natu minor
professione Minimus, non sine lacrimis
anno jubilei 1700
F.F.

Lapide conservata nella Chiesa di S. Stefano

Il Pensiero

Nella memoria storica, il personaggio di Duonnu Pantu si ripropone spesso come enigmatico e seducente sia sul piano intellettivo che emotivo per quanto i suoi versi imprimono nel nostro comprendere. Il personaggio, peraltro non facilmente identificabile per le scarse notizie storiche certe, per l’assenza di materiale che ne definisca l’identità storica e culturale, oltre ai dubbi di fondo, rimanda ad un intreccio di sensazioni e di ipotesi concettuali che definiscono e determinano il fenomeno “Pantu” come un mito tramandato da padre in figlio, attraverso una trasmissione orale dei suoi versi, a cui si sono associati aneddoti popolari. Tale processo, alquanto peculiare e decisivo nella raffigurazione del personaggio, ha finito con il circoscrivere la sua scarna biografia e le poche notizie storiche di un colore mitologico che ha racchiuso i contorni del personaggio, trasformandolo a volte in maschera popolare irridente e satirica, altre volte, proprio per la commistione e mescolanza di contrasti nei quali si confondono, non solo il sacro e il profano, “incenso e zolfo”, il bene e il male, il vero e il falso, il chiaro e lo scuro, la sacralità del corpo e la sua negazione, in un mito tramandato di generazione in generazione.

E’ con Duonnu Pantu che il dialetto assume una dignità storico-culturale. Nel “Pantu”, o chi per lui, la vigoria linguistica che si esprime con naturalezza nel dialetto calabrese, è plasticità visiva che assume una forza evocativa unica. Tutte le immagini del Pantu sono raffigurazioni espresse nella forza evocatrice del dialetto e fanno parte del patrimonio della vita quotidiana del popolo. La sua poesia, per questo, non può che assumere un taglio evocativo immediato. Questo stretto rapporto fra gli schemi comunicativi di Pantu e quelli espressivi del popolo, sono entrati nell’uso comune e sono diventati parte integrante del patrimonio culturale e nell’immaginario proverbiale popolare. 

Il primo poeta dialettale calabrese

Pantu può essere storicamente considerato il primo poeta dialettale calabrese, come dice L. Gallucci, colui che “a li tiermini mise li sigilli” e, anche se non è il primo storicamente, sicuramente è colui che per primo riesce a dare al patrimonio linguistico calabrese dignità espressiva, quantificandone lo spessore socio-culturale. Duonnu Pantu, proprio per i dubbi storici della sua identità, è ormai diventato un’ombra inquietante nella letteratura e nel processo storico-culturale della Calabria. Principalmente ci si è preoccupati di sciogliere l’enigma della sua biografia avvolta nel dubbio e nella mancanza quasi assoluta di dati verificabili storicamente e, quando non viene riconosciuta l’identità storica di un pensiero, il pensiero stesso viene ad essere altro e diventa ciò che noi vogliamo esso sia o possa rappresentare. Per questo meccanismo, diverse volte e in diversi contesti, si è considerato in modo superficiale la poetica pantaniana come oscena, oppure, si è analizzata la sua tematica solo ad un livello superficiale.

Il poeta pornografo

Incantati e meravigliati dai versi che creano immagini suggestive, lo abbiamo volgarmente e riduttivamente considerato un prodotto pornografico atipico, feticcio da consumare avidamente, finendo per considerare la sua poesia come oggetto da vendere o da sacrificarsi sull’altare di un sesso esorcizzato. Occorre ricordare come la tradizione popolare ha tessuto intorno al poeta, diremmo meglio intorno al suo pensiero, una maglia di aneddoti attraverso i quali il personaggio rimane ambiguo, contraddittorio e sfuggente. Pantu diventa in tal modo la voce del popolo, la lingua tagliente che opera attraverso il di lui pensiero e assurge al ruolo di voce della maschera popolare, oppure diventa l’eroe che, opponendosi al potere con una satira pungente, disvela un mondo di servilismi e di finzioni, di ipocrisia e falsa morale. La cultura ufficiale ha sempre operato un meccanismo di negazione, esorcizzando il suo poetare, divaricando strumentalmente con presupposti concettuali gli indizi critici della poetica pantiana, riproponendo, forse per una razionalizzazione difensiva, una condotta di vita immorale e spregiudicata da additare, allo scopo di neutralizzare la sua carica comunicativa, per negare al popolo quel sostegno ideologico che rappresentava la sua poetica nel binomio sesso-vita, che prepotentemente si poneva come una precisa scelta esistenziale, espressiva, anticonformista e di rottura di equilibri. Riteniamo pertanto, che il problema della biografia del Pantu diventa marginale in confronto alla necessità obiettiva di una analisi culturale e critica della sua produzione poetica e del fenomeno culturale che la sua opera ha determinato nella letteratura e nella cultura calabrese. 

La Cazzeide

La Cazzeide è un componimento di ventuno ottave. Pantu paragona il suo secolo (il Seicento), in cui uomini e donne sono dominati dalla lussuria, con la favolosa età dell'oro, ai tempi di Saturno, quando regnava l'innocenza e l'amore era solo unione spirituale con la persona amata. Il poeta ne dà la colpa alla dea Venere che, offesa più volte da Giunone in collera con lei, punisce le donne in modo che siano prese da forte eccitazione sessuale. Ogni donna è così alla ricerca frenetica di un compagno per congiungersi carnalmente: non fa distinzione di età, di grado, di razza, di condizione sociale. L'invadente immoralità non ha più argini: il marito sa che la moglie lo tradisce e fa finta di nulla, finanche le porta l'amante in casa; così come il fratello ride della sorella da lui sorpresa mentre fa all'amore. Pantu conclude esortando i giovani a trascorrere il tempo tra i piaceri della vita.

La Cunneide

La Cunneide è un componimento di quarantotto strofe di quattro versi, di cui tre endecasillabi e un quinario che fa rima col primo verso. Pantu afferma che la maggior parte delle persone rincorrono le ricchezze facendone lo scopo principale della loro esistenza, mentre egli si accontenta di vivere alla giornata: una mangiata di castagne bollite, un po' di verdura, una bevuta di vinello da un fiasco lo rendono felice. Poco importa se veste poveri panni e porta ai piedi miseri calzari. Che gli altri si divertano pure, mangino a crepapelle, bevano in coppe d'oro e vadano anche fino a Roma. Egli non dà peso a queste cose preferendo spassarsela nella sua Aprigliano. Quello che desidera veramente è fare all'amore. Non importa se con donne brutte o belle, sposate o nubili, vecchie o giovani, alte o basse, magre o grasse e così via. Solo rifiuta il rapporto sessuale - dice il poeta - chi è debole di schiena, chi non ha più buoni lombi. Non è forse vero che è proprio l'organo sessuale femminile a muovere ed a condizionare ogni cosa? Persino gli Dei furono presi da irrefrenabile passione per le donne: Giove nei confronti di Europella, Marte verso Venere, Piritòo per Persèfone. Solo gli impotenti e/o gli ipocriti sostengono che vi sono delle persone che rifuggono i piaceri sessuali. È fuor di dubbio - continua il Nostro - che l'organo sessuale femminile è una grande delizia, una vera dolcezza ed una efficace medicina. 

Le Poesie

II Mumuriale, include sei poesie: Lu mumuriale, la pruvista, tre sonetti chiamati Suniettu e quindi Canzuna.

Lu Mumuriale è l'istanza che don Caprone, detenuto nel carcere del vescovato per aver commesso adulterio, presenta all'arcivescovo di Cosenza pregandolo di concedergli la libertà, adducendo a sua discolpa che ebbe sì rapporto sessuale con donna sposata, ma che non riuscì però a compierlo totalmente perché colto sul fatto. Inoltre, egli credeva di fare opera buona. E poi è solo un prete e, come tale - lo dicono persone assai autorevoli - non infrange la legge se si congiunge carnalmente con donne di facili costumi, per di più facendo loro dei regali.

Alla supplica (Mumuriale) presentata da don Caprone, segue il giudizio (Pruvista) emesso dall'arcivescovo Gennaro Sanfelice. Si ordina che il prete sia messo in libertà a condizione che ponga freno ai suoi istinti sessuali, eviti di ingravidare qualche zitella e, nel soddisfare la fame di sesso delle sue amanti, non ne ridicolizzi i relativi mariti, la cui mascolinità è in declino.

Nel sonetto Segnure 'Ncischiu..., Pantu fa dell'ironia nei confronti del suo rivale, un non menzionato poeta in auge, che ha osato sfidarlo portandosi nientemeno in Aprigliano. La partita in versi si risolve a favore di Duonnu Pantu ed allo sfidante non rimane altro da fare che allontanarsi con la coda tra le gambe.

Nel sonetto Jisti a de Pinnu..., il Nostro deride il suo avversario che si da l'aria di un grande poeta, lanciandogli alla fine una sfida poetica alla sua maniera.

Nel terzo sonetto Quarant'anni de cunnu..., Pantu rivolgendosi ad un suo amico lo ammonisce perché si ostina come un deficiente ad aver rapporti sessuali al modo dei cafoni, a causa dei quali è mezzo rimbecillito, non privilegiando invece il "didietro" come papi, ré, cardinali e persone civili.

Nella Canzuna, in ottava rima, Pantu sostiene ch'è meglio fare il macellaio od il tavernaio, mestieri molto redditizi, e non di certo il letterato, professione che non ti consente sicuramente di arricchirti. Non mancano esempi di persone sapienti dell'antica Grecia, continua il Nostro, che patirono la fame o, ancor peggio, morirono poveri. Sbaglia, dunque, chi afferma che essere persona colta sia meglio di qualsiasi ricchezza.

1° PREMIO LETTERARIO DI POESIA E DRAMMATURGIA “DUONNU PANTU”

L'Amministrazione Comunale di Aprigliano indice ed organizza la 1^ Edizione del Premio Letterario di Poesia e Drammaturgia per opere inedite "Duonnu Pântu".
Le opere dovranno pervenire entro e non oltre il 20 settembre 2016 
Il premio si pone l’obiettivo di promuovere e favorire la cultura nelle sue diverse forme; conservare e valorizzare la tradizione culturale apriglianese; scoprire nuovi autori attraverso la poesia, il teatro, l’arte.
Possono partecipare al concorso gli autori di qualsiasi nazionalità purché scrivano in lingua e/o in vernacolo e abbiano compiuto i diciotto anni.
Cliccando qui è possibile scaricare il Regolamento e la Scheda di Partecipazione.