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Luigi Gallucci

Luigi Accattatis sostiene che “Luigi Gallucci è, forse, il più appassionato amatore della poesia popolare e il verseggiatore originale più fecondo che si conosca. Nato ad Aprigliano nel 1787, morì in Cosenza nel 1851. Ebbe fama meritata di eccellente dottore in medicina e chirurgia, e appartenne all’Accademia cosentina come socio ordinario. Entusiasta dei suoi concittadini Pantu, Carlo Cosentini e i fratelli Donato, si diede alacremente a raccoglierne le produzioni poetiche, a riordinarle e trascriverle, e ad investigare le notizie biografiche di tutti essi, che pareano allora dimenticati. Egli sin dal 6 ottobre 1850 aveva già pronto il suo manoscritto e avrebbe voluto stamparlo, se non si fosse apposto il veto della censura ecclesiastica. Morì dopo un anno col rammarico di non aver potuto far gustare agli italiani amanti del folclore, le originali attrattive della musa apriglianese. Fu appena dopo un dodicennio, nel 1862, che suo nipote Gabriele Gallucci, chiaro avvocato del foro cosentino e deputato al Parlamento nazionale, pubblicò la Raccolta di Poesie calabre, Lugano, a spese dell’Editore, 1862. La data di Lugano è apocrifa, giacché questo volumetto in sedicesimo di 150 pagine fu stampato in Cosenza, dalla Tipog. di Francesco Principe. Una seconda edizione ne fu impressa nel 1872, ma in questa furono soppresse le poesie del Gallucci, tanto esse si riconobbero eccessivamente pornografiche e laide da far rivoltare lo stomaco! Precede questa raccolta un discorso abbastanza lungo … intitolato Notizie sulla vita di D. Domenico Piro, alias Duonnu Pantu di Aprigliano. Seguono in questa raccolta alcune novelle di Ignazio e Giuseppe Donato e Lu Mumuriale con la Pruvista, la Cazzeide e la Cunneide del Pantu ed altri tre sonetti; e da ultimo i versi erotici del medesimo raccoglitore Luigi Gallucci, il quale, ancora giovane, volle emulare, senza riuscirvi, il lenocinio della musa del Piro …. Egli, essendo in vita, aveva già visto stampate nel patrio periodico Il Calabrese e negli Atti dell’Accademia cosentina la maggior parte delle sue produzioni dialettali [Lu Capurale, Giacuminu, Lejenna storica, Passione e morte di Cristu secunnu S. Giuvanni, Pietra di Silviestru, ecc.]. Queste ed altre poesie inedite, poi, riunì in un volume a cui impose il titolo di Raccolta di poesie in dialetto calabro edite da Giuseppe Migliaccio, in Cosenza nel 1838, con prefazione del valoroso accademico cosentino Francesco Saverio Salfi, e poscia ristampate dal tipografo medesimo nel 1849.
A lui dobbiamo la conoscenza di gran parte delle poesie di Duonnu Pantu e dei fratelli Donato, pubblicate nel 1862 con la falsa data di Lugano da Gabriele Gallucci, nipote secondo quanto affermato dall’Accattatis, figlio secondo Giuseppe Falcone.

Battista Ruggeri

Battista Ruggeri, visse nel 1200. Fu monaco circestense, discepolo e amico fraterno dell’Abate Gioacchino. Autore di numerose biografie sui Santi.

Francesco Muti

Francesco Muti, vissuto nel sec. 16esimo è uno dei seguaci più importanti di Bernardino Telesio, del quale spiega con originalità concettuale ed espressiva il pensiero filosofico. L’opera che lo ha reso noto nell’ambito culturale del secolo, è intitolata Disceptationum libri V contra calumnias Patritium, in quibus pene universa Aristotelis philosophia in examen adducitur, stampata a Venezia nel 1588 con dedica a Telesio.

Pirro Schettino

Pirro Schettino, nato ad Aprigliano nel 1630, morì a Cosenza il 21 luglio del 1678. E’ uno dei poeti più originali della letteratura italiana. Inizia la sua attività lirica come marinista nella Napoli gaudente e barocca di quel secolo, si rifà poi al petrarchismo come paradigma d’ispirazione poetica per poi sfociare in una concezione lirica profondamente originale, sostanziata da un’espressività di tipo preromantico imperniata sulla sua sfortunata vicenda sentimentale nei confronti di una ragazza napoletana. Tornato subito dopo la laurea a vivere tra Cosenza e Aprigliano, in seguito all’improvvisa morte del padre, lo Schettino diventa un poeta e un uomo di cultura sempre più rinomato in Italia e viene nominato principe dell’Accademia Cosentina che egli riporterà all’alto prestigio dei tempi del Telesio. In seguito ad una crisi esistenziale concernente la futilità della gloria terrena, diventa sacerdote e distrugge la sua produzione lirica, compresa la tragedia  Carlo Stuart. Dopo la sua morte l’editore Bulifon  pubblica a Napoli, nel 1693, le Poesie del grande apriglianese, avendone fortunatamente ritrovato un manoscritto.

I Gapulieri

I Gapulieri. Nel ‘600 ad Aprigliano, operano nel campo della letteratura i poeti Domenico Piro, Igrazio Donato e Giuseppe Donato e più in ombra e marginale per problemi familiari, Carlo Cosentini, esponenti di spicco di un laboratorio poetico chiamato il “Focolaio apriglianese” e meglio ancora conosciuto nella provincia come: “I Gapulieri”. Questi poeti hanno una loro importanza nel panorama culturale dell’Italia Meridionale del ‘600 e in particolare nella Calabria e attraverso il loro studio, dalla metà del secolo diciannovesimo ad oggi, si è riusciti in qualche modo a sciogliere il nodo dell’identità di Duonnu Pantu e, addirittura, secondo alcuni studiosi, sotto tale pseudonimo si mascherava la voce dei poeti apriglianesi e in particolare dei Gapulieri, per sfuggire alla censura del potere spagnolo e della Chiesa.

I Gapulieri proponevano una poesia intesa come pratica sociale e libertà di espressione, che nei suoi contenuti più alti si spinge ad una politica di contestazione del potere spagnolo.

La loro poesia diventa un elemento di riconquista del corpo e del senso e recupera una corrente del pensiero moderno che collega le eresie del libero spirito all’utopismo del pensiero filosofico di Tommaso Campanella.

Nella concezione dei Gapulieri, il diavolo è Pan redivivo, cristianizzazione di un’entità divina che simboleggia il flusso incontrollabile delle pulsioni e che rappresenta quel Duonnu Pantu della poesia popolare apriglianese divenuto maschera satirica della libertà d’espressione.

I Fratelli Donato

I fratelli Donato. Grazie agli studi condotti dall’apriglianese Franco Quattromani si è arrivati, recentemente, a stabilire con certezza la data di nascita sia di Giuseppe, 16 aprile 1669, che del fratello Ignazio Donato, 17 aprile 1672, mentre resta ancora ignota quella della loro morte. La stessa ricerca, alla quale si rinvia, ha dimostrato che i fratelli Donato erano cugini addirittura più giovani e non zii del Pantu.

Ignazio Donato

Di Ignazio Donato l’opera sicuramente più importante resta una curiosa novella intitolata la ‘Mbriga de li studienti, che si compone di ben cento ottave intercalate da venti terzine. È la storia di un gruppo di studenti che, invece di frequentare le scuole cittadine, vivacchiano, infischiandosene dello studio e marinando spesso la scuola.

Al medesimo autore viene attribuita Lu Gattu, una novella di 46 ottave che rileva un curioso fatto ordinario di vita paesana, basato appunto su un furto di un gatto; e la Sciusciara, una poesia composta da 70 terzine, dedicata ad una bellissima pacchiana paesana e ritenuta dal Gallucci come la migliore composizione di Ignazio Donato.

Altre interessanti ed eloquenti affermazioni del solerte raccoglitore Gallucci dimostrano però che Ignazio Donato aveva prodotto altri scritti  sia in dialetto calabrese che in italiano e che purtroppo sono andati dispersi: “Nei principi del corrente autunno [1850] trovandomi in quel paese (Aprigliano) per causa di salute, mi fu detto che dal Sig. Nicola Lucente conservavansi diversi scritti antichi lasciatigli dal Sacerdote Raffaele Piro, ultimo erede della famiglia di tal nome. Dal Sig. Lucente si ebbe la cortesia di farmeli rovistare, ed avendo trovato tra i medesimi un autografo di Ignazio Donato, contenente quattro libri di commenti alle Istituzioni Imperiali in terso latino, composti dallo stesso per servire allo studio dei suoi giovani allievi (Liborio Vetere, il P. Francesco Piro ed altri) glielo chiesi in dono e da me ora si possiede. Un tal manoscritto mi conferma in quelle verità che aveva attinte dalla sola e semplice tradizione, cioè che il Donato era di fatto un dotto e profondo sapiente, e che circa alla poesia, oltre alle produzioni calabresi che gli vengono attribuite, egli ne aveva scritto delle altre in italiano di cui non eravene memoria …”

Giuseppe Donato

Scrive l’Accattatis “Giuseppe Donato non aveva né il genio, né la facile esposizione, né la vena poetica del fratello Ignazio. Egli ci ha lasciato due cosette di niun valore, per non dire addirittura meschine. La Majia (La Magia), [che] si compone di 61 terzine; è una lunga filatessa nella quale il poeta, fingendo di essere andato all’inferno per impetrare da Plutone un rimedio contro l’ardente fiamma amorosa, che lo incendia, ne ottiene una ricetta d’ingredienti portentosi ed impossibili, perché ne faccia uno incantesimo e si guarisca dal male. La Littera de Matutinu a Vemmaria, un ghiribizzo composto di 51 terzine. In esso un individuo, che assume il nome allegorico di Mattutino, scrive da Roma una lettera ad un’altra persona, pseudonimo di Avemaria e che dimora nel villaggio Guarno di Aprigliano, e gli rigala un libello di contumelie  e di minacce …”.

Carlo Cosentini

Carlo Cosentini
Nato ad Aprigliano nel 1671, vi morì nel 1758.
Il rilevante genio poetico e una storia d'amore infelice sono alla base della sua fama: è uno dei poeti calabresi più significativi nell'ambito del mondo letterario italiano del '700, lodato, nel secolo seguente, anche dallo scrittore e critico letterario inglese Craufurd Tait Ramage, che lo fa conoscere nei circoli letterari londinesi.
Della sua attività letteraria ci rimane solo La Gerusalemme liberata, "poema del signor Torquato Tasso, trasportata in lingua calabrese da Carlo Cosentini d'Aprigliano, Casale di Cosenza, e dedicata all'Eccellentissimo D. Francesco Maria Carafa, Principe di Belvedere ... Cosenza, MDCCXXXVII". L'impressione costante del lettore di quest'opera è quella di trovarsi dinanzi ad un poema sostanzialmente nuovo rispetto a quello del Tasso, che serve al Cosentini essenzialmente come traccia, per dar vita, nell'ambito della struttura narrativa tassesca, al suo prorompente mondo lirico, che si sostanzia dell'ambiente e del modo di vivere della gente di Aprigliano.
La fama del nostro poeta giunge anche a Parigi agl'inizi dell'800, portatavi da Francesco Salfi, ritenuto nella capitale francese critico di alta fama, come afferma Mario Sansone nella sua storia della letteratura italiana.
Al Cosentini (citato anche come Cosentino, Cusentino e Cusentinu) viene attribuita anche una farsa dal titolo Colambrosio non pervenutaci. Conoscitore del giure penale fu anche governatore di Bisignano, dove il Principe gli rubò la moglie: ne fu tanto indignato che lasciò pandette e governo, ritirandosi ad Aprigliano, dove visse e studiò quietamente e lungamente.
Nella Gazzetta Artistica di Palermo (1890) Giovanni Solimèna, in uno studio dal titolo Poesia dialettale si occupa, sulle orme del Gallucci, della vita e delle opere dei due poeti Domenico Piro e Carlo Cosentini, che paragona al Vitali, poeta siciliano.

Della sua attività letteraria ci rimane solo La Gerusalemme liberata, "poema del signor Torquato Tasso, trasportata in lingua calabrese da Carlo Cosentini d'Aprigliano, Casale di Cosenza, e dedicata all'Eccellentissimo D. Francesco Maria Carafa, Principe di Belvedere ... Cosenza, MDCCXXXVII". L'impressione costante del lettore di quest'opera è quella di trovarsi dinanzi ad un poema sostanzialmente nuovo rispetto a quello del Tasso, che serve al Cosentini essenzialmente come traccia, per dar vita, nell'ambito della struttura narrativa tassesca, al suo prorompente mondo lirico, che si sostanzia dell'ambiente e del modo di vivere della gente di Aprigliano.

La fama del nostro poeta giunge anche a Parigi agl'inizi dell'800, portatavi da Francesco Salfi, ritenuto nella capitale francese critico di alta fama, come afferma Mario Sansone nella sua storia della letteratura italiana.

Al Cosentini (citato anche come Cosentino, Cusentino e Cusentinu) viene attribuita anche una farsa dal titolo Colambrosio non pervenutaci. Conoscitore del giure penale fu anche governatore di Bisignano, dove il Principe gli rubò la moglie: ne fu tanto indignato che lasciò pandette e governo, ritirandosi ad Aprigliano, dove visse e studiò quietamente e lungamente.

Nella Gazzetta Artistica di Palermo (1890) Giovanni Solimèna, in uno studio dal titolo Poesia dialettale si occupa, sulle orme del Gallucci, della vita e delle opere dei due poeti Domenico Piro e Carlo Cosentini, che paragona al Vitali, poeta siciliano.

Isidoro Piro

Apriglianese dell’Ordine dei Minimi. Uomo e filosofo erudito. Famoso dall’anno 1710. Scrisse un trattato in 3 libri dal titolo Filosofia razionale corretta e restaurata, stampato a Venezia, presso Andrea Polito,  nel 1707, in 4°. In essa sono contenuti utilissime conoscenze intuitive e positivi insegnamenti della nuova dialettica.

Fratello di Domenico Piro alias Duonnu Pantu, nel 1700 ne fece erigere una lapide in memoria conservata ancora oggi nella omonima chiesa della frazione Santo Stefano di Aprigliano.

Francesco Antonio Piro

Francesco Antonio Piro
Nacque ad Aprigliano nel 1702. Frate dell'ordine dei Minimi di San Francesco di Paola, impegnò tutta la sua vita in direzione di un’antica tematica, il problema dell’origine del male. Visse a Napoli nel periodo degli studi, poi si trasferì a Roma dove morì nel 1778.

Ispiratore e ideatore della rivolta partenopea culminata con l’impiccagione del generale Caracciolo ad opera delle truppe sanfediste del Cardinale Ruffo di San Lucido, già con la sua operetta giovanile Riflessioni intorno all’origine delle passioni, stampata a Napoli nel 1738, dimostra di andare oltre i manuali che venivano dati in mano ai giovani allievi dei conventi e dei seminari e di aver letto le opere maggiori dei filosofi del ‘600, Cartesio, Hobbes, Spinoza e soprattutto Leibniz. Anche se considerato studioso piuttosto modesto nel panorama culturale dei primi decenni del ‘700, ha il merito di essere tra i primi a rompere con l’imperante scolasticismo che caratterizzava la vita culturale calabrese, costituita da astratte dispute metafisiche, stanche rievocazioni storiche, lavori di erudizione, senza alcuna vivacità. I suoi scritti, infatti, contribuiscono ad imprimere un decisivo moto di risveglio culturale, rivalutando in tal modo il ruolo della nostra terra nell’ambito del più vasto dibattito europeo.

Ma è con l’opera Dell'origine del male contro Bayle o nuovo sistema antimanicheo, stampata a Napoli nel 1749, che il Piro diventa un filosofo metafisico molto noto in Italia e in Francia, un vero protagonista delle dispute filosofico-teologiche che si tengono in quell'epoca.

In essa vi espone l'esigenza di una spiegazione sistematica e onnicomprensiva del sapere, che trova nella teologia la sua fase culminante in senso metafisico; egli confuta, con un'efficace dialettica, la concezione dualistica neomanichea del filosofo francese Bayle.

Affinché il suo sistema antimanicheo della virtù abbia più valore e sia inteso come una continuazione della dottrina tradizionale-patristica, ne mette in risalto le concordanze con l'opera teologico-filosofica di Sant'Agostino. Il Piro configura il concetto di Provvidenza come orientatrice della vita di ogni uomo e della storia, presenza intrinseca, sicché gli avvenimenti possono essere letti come segnali dell'evoluzione spirituale nella luce della grazia; il messaggio dell'umiltà si accompagna a quello della consapevolezza, della riflessione, della cultura.

L’altra opera fondamentale di Piro è L’Antimanicheismo del P. Francesco Antonio Piro de’ Minimi – In miglior forma compendiato, dichiarato e difeso – Colla nuova aggiunta di una Lettera Apologetica ed una dissertazione del Congruismo universale, stampata a Napoli negli anni 1770-1772. Come afferma nell’interessante recente pubblicazione lo studioso cosentino Walter Caligiuri, “L’opera ha uno scopo dichiaratamente apologetico e ciò vale soprattutto per la prima parte e cioè La lettera Apologetica per gli scrittori antibailiani in cui Piro intende riaffermare non solo la validità delle proprie tesi ma anche difendere la posizione di quegli scrittori, tra cui appunto Leibniz, che avevano cercato di dare una risposta sistematica alle difficoltà che Bayle aveva sollevato sul tema del male. Ma è nella seconda parte, vale a dire nella importante Dissertazione del congruismo universale, che troviamo un interessante approfondimento del pensiero filosofico di Piro che ci consente di far luce sull’aspetto propriamente ontologico della sua ricerca sul tema del male.”

Di lui scrissero Papa Benedetto XIV e tutti i teologi di Roma, che vissero in quel tempo: Antonio Genovese, Sperando De Angelis, Scipione Maffei, Giovanni Sarno ecc. Anche il Leoni brevemente lo ricorda, chiamandolo Antonio Pirro.

Vincenzo Maria Filippelli

Vincenzo Maria Filippelli nacque nella frazione Corte di Aprigliano il 14 ottobre del 1836 e morì, colpito da paralisi, improvvisamente all’età di 57 anni, sempre ad Aprigliano, il 15 maggio 1893.

“La sua fanciullezza è a noi sconosciuta, né abbiamo notizie certe sulla sua formazione, che dovette comunque compiersi attraverso la lettura di romanzi, di saggi e prose varie, che egli otteneva in prestito da notabili del luogo, date le ristrettezze economiche della famiglia: fu prima nominato usciere di pretura durante il Governo Borbonico, ma perse l'impiego dopo i moti insurrezionali del 1860, poi si diede a fare il sarto e quindi il pittore decoratore. Vincenzo - di media statura, d'aspetto piacevole e piuttosto robusto, simpatico alla gente perché era un tipo pieno di vita e di brio - rimase profondamente scosso dalla morte, in successione, di alcuni suoi cari: prima la madre, nel 1874, alla quale era particolarmente affezionato, poi la moglie, nel 1878, dopo un anno di matrimonio, l'anno seguente il figlioletto Michele.”

Queste e altre notizie preziose sulla vita e la poetica del Filippelli li dobbiamo unicamente a Francesco Quattromani, che ha curato una raccolta di sue opere, Vincenzo Maria Filippelli, Aprigliano 1836-1893 : poeta apriglianese, una paziente, certosina e originale ricerca condotta, come lo stesso curatore afferma nella premessa, più che sulle “scarse e non sempre adeguatamente approfondite notizie che la storiografia letteraria della poesia dialettale calabrese dà di Vincenzo Maria Filippelli …, grazie all’esame di documenti di archivio e soprattutto alle preziose testimonianze di cittadini apriglianesi … .”

La raccolta include la riuscitissima farsa (in cinque atti) intitolata Diego Mazza, dalla trama semplice e molto gustosa per l'arguzia di alcuni personaggi, più volte rappresentata in Aprigliano da attori locali, ed una produzione molto vasta di poesie (diverse, purtroppo, andate disperse) tra cui ci piace segnalare Lu Sùrice Pantuocchiu, una simpaticissima satira politica di alcuni personaggi dell'epoca, Apriglianu, poesia dedicata al suo paese, dove vengono descritte in maniera semplice e chiara le varie frazioni, Viju tri stilli e Arberu supra arberu, poesie d'amore, nelle quali decanta in maniera sublime dolci immagini di donne, U capillu, un brioso e divertente dialogo tra madre e figlia, e Le Umbre, in cui si rende gloria agli uomini illustri locali, rievocandoli insieme alle loro opere, con un incitamento ai giovani di Aprigliano a mantenere l'unure casalinu, ossia sempre alto il nome di Aprigliano, terra di poeti.

Pasquale Filosa

“Fu ammirato scrittore di prose e di eleganti versi. Nel Seminario di Cosenza si fece notare per solerzia, intelligenza, fervore. Sacerdote, partecipò ai moti rivoluzionari contro il Borbone. Amico dell’Adelardi, del Padula, del Julia: aveva un posto di preminenza tra i letterati calabresi suoi contemporanei.

Pubblicò: In morte di un amico, ne La Sinistra, n. 33 del 1894; In occasione della elezione dei consiglieri municipali di Aprigliano, ne Il Calabrese, n. 28 del 1861; Fiori poetici e pochi suoni di una Lira, Cosenza, 1877.”

Salvatore Falcone

Conosciuto anche sotto il nomignolo Scialata, “Ebbe tale soprannome perché un giorno, dopo essersi fatta un gran mangiata di butirri, confidò agli amici che si era "scialatu".

Salvatore, nato a Spezzano della Sila il 18 dicembre 1856 e primo di otto figli, ancora ragazzo dovette sobbarcarsi il peso della famiglia, per la prematura scomparsa del padre. Così nel 1882, stimolato da una allettante proposta di lavoro come mulattiere, si trasferiva da Spezzano Grande (dove era nato) nella frazione Corte di Aprigliano. Qui conobbe Maria Rosaria De Miglio che sposò due anni dopo e dalla quale ebbe cinque figli.

Fece tanti mestieri, provò la fortuna prima in Algeria, poi negli Stati Uniti d'America, per rientrare definitivamente nel 1908, dopo essersi ammalato, pare, di asma bronchiale. La sorte, che lo perseguitava di continuo, sembrava però favorire i suoi continui svaghi amorosi: le fimmine, pardìo, d'ogne culture, vulìanu tutte quante esser'amate; ... ugned'una ccu mmie si nne calava".

Poco tempo dopo il suo ritorno, a causa del suo precario stato di salute, che gli impediva di dedicarsi alla sua abituale attività di mulattiere, decideva di aprire, nella Via Largo Girone della frazione Corte, un locale per la vendita di vino ('a cantina 'e Scialata), che divenne ben presto il ritrovo preferito degli anziani Cortesi.

Pur non avendo potuto frequentare scuole importanti, traspare dalle sue poesie la volontà di acculturarsi. Sono di quel periodo le amicizie con uomini importanti quali i Filosa di Aprigliano e con l'allora ministro Luigi Fera, calabrese, che lo tenevano in simpatia.

Il poeta-artigiano, che ama annoverarsi ccu lli figli d'Apriglianu, ch'è tterra de pueti e llitterati, nei suoi versi non può che trarre ispirazione da quel mondo popolare, sempre più numeroso, sempre più povero. Viva è, infatti, la sua protesta contro i soprusi e le ingiustizie perpetrate dalle classi dominanti ai danni delle masse popolari.

A quasi cento anni dalla sua morte, avvenuta il 13 febbraio 1923, la gente di Aprigliano lo ricorda con affetto e lo annovera tra i suoi cittadini illustri.

Luigi Cribari

Luigi Cribari nasce a Cosenza, in località S. Agostino, il 1° giugno del 1925. Di intelligenza vivace, si indirizza verso gli studi umanistici. Così, in quel contesto di grande difficoltà che caratterizza l’Italia di quegli anni, nell’ anno scolastico 1942-43, consegue il diploma di maturità classica e, sulla scia degli insegnamenti del padre Francesco, insigne avvocato del foro cosentino, nell ’anno 1947 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Bari.
Figlio d’arte, non tarda a farsi notare tra i penalisti cosentini, dei quali, in pochi anni, diventa una delle espressioni più rappresentative.
E’ proprio lo spirito indomito, la passione e la forte carica umana, a renderlo uno dei migliori penalisti della provincia. Con decreto del 19 aprile 1972, gli viene conferita dal Presidente della Repubblica una medaglia al valor civile, per aver consentito la resa di un detenuto, Giuseppe Cavallo, il quale si era barricato nella propria cella nelle carceri di Colle Triglio, oggi palazzo Arnone, tenendo in ostaggio due agenti di custodia. Nel settembre del 1974, quando la Calabria è scossa dal rapimento del figlioletto di appena 10 anni dell’allora presidente dell’Opera Sila, Leonardo Cribari, viene ancora una volta richiamato a rivestire un ruolo di grande responsabilità e coraggio. Egli, infatti, contattato dai rapitori, diventa, come lo definiscono i giornali dell’epoca, il trait d’ union tra i rapitori e i familiari della vittima, consentendo la liberazione del bambino.
E così, per lunghi anni, sono davvero pochi i giorni in cui, sulla stampa, non si legga dell’avvocato Luigi Cribari e dei suoi processi. Sempre in prima linea per le battaglie a difesa dell’avvocatura.
Ma Luigi Cribari non è solo questo, egli sa ritagliarsi un ruolo importante nella società. Pur tra i numerosi impegni, non trascura l’impegno religioso che lo porta, sulle orme del proprio genitore, a mantenere un legame particolarmente stretto con l’Istituto religioso della monaca santa e ancor più con suor Elena Aiello, che egli assiste anche penalmente.
Tra le numerose e prestigiose cariche rivestite ricordiamo: vice-presidente prima e presidente poi dell’Istituto autonomo delle case popolari di Cosenza; presidente del Consiglio di amministrazione dell’Istituto tecnico industriale “Monaco” di Cosenza; componente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Cosenza; presidente della Camera penale “Fausto Gullo” di Cosenza. Cavaliere del lavoro, il 21 dicembre 2001 è insignito con medaglia d’oro da parte dell’Ordine degli avvocati di Cosenza.
Si è impegnato politicamente ad Aprigliano, suo paese d’origine, che ha sempre conservato nel suo cuore un posto speciale.
Ma il ruolo di maggiore importanza Luigi Cribari lo svolge nella famiglia e per la famiglia, per la quale è figura insostituibile, ed è anche per tale ragione che ha sempre gelosamente custodito il legame con la casa di famiglia di Aprigliano, dove, fino ai suoi ultimi giorni, ha amato essere circondato dagli affetti dei suoi cari.
Muore a Roma il 17 febbraio 2002. I familiari, a suo nome, hanno istituito una borsa di studio annuale rivolta agli studenti della scuola media di Aprigliano che risultano più meritevoli e bisognosi di essere sostenuti negli studi.

Altri Personaggi illustri

Sono da citare, quali personaggi illustri apriglianesi: Giovanni De Bono, Francesco De Rossi, Giovanni Domenico Mauro, Liborio Vetere, Gennaro Stefanizzi, Francesco Stefanizzi, Vigna d’Aprigliano, Michele Abbruzzini, Bruno Calvelli, Gabriele Gallucci, Raffaele Lucente, Filippo Eugenio Calvelli, Pietro Folosa, Francesco Romano, Salvatore Ragusa, Gustavo Le Pera.